| Dacce quaccosa padrona mié |
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Dacce quaccosa padrona mié: dai canti di questua ai giorni della follia Che cosa può dire un docente di botanica di un istituto agrario sulla festa di Sant’Antonio Abate? Per prima cosa, che mi sento legato alla terra come un albero è radicato al suolo con le sue radici mediante le quali assorbe tutti gli elementi vitali e lungo le quali sale e si diffonde la linfa. Ma l’albero si nutre anche attraverso le foglie che produce ad ogni nuova stagione vegetativa, con le quali elabora una linfa sempre giovane ed attuale che si mescola con quella che nasce dal suolo. È la combinazione essenziale per garantire la vita stessa dell’albero e per esaltarne lo sviluppo. Attraverso i canti di questua della pasquella e de lu vecchio’, fino ad arrivare ai giorni della “follia” del Carnevale, ho potuto coinvolgere tanti giovani studenti, consentendo alla linfa delle tradizioni del nostro territorio di continuare a scorrere combinandosi con le storie che ci raccontano i vecchi ogni volta che cantiamo nei paesi, nelle aziende, nelle case. Da quasi trent’anni canto con i miei alunni del gruppo La Pemmadora i canti di questua per la festa di Sant’Antonio Abate ma non come un’esibizione con lo scopo di rievocare un’antica tradizione, ma l’occasione importante per mantenerla viva e perpetuarla. Un genitore mi ha raccontato del figlio, un bambino delle elementari che, tornato a casa dopo aver ascoltato i nostri canti, ha cantato alcune strofe de Lu vecchio’ che aveva imparato dal gruppo La Pemmadora. Con grande meraviglia di tutta la famiglia il nonno conosceva tutte le canzoni, anche se con strofe diverse, e si è sentito improvvisamente protagonista del gruppo famigliare, capace di raccontare una storia antica, filo conduttore di diverse generazioni. Pensate che cosa mi è successo alcuni anni fa in uno dei più importanti allevamenti di bovini della zona che ogni anno ci ospita. Ero andato qualche giorno prima della festa per chiedere ai proprietari dell’azienda la loro disponibilità ad accoglierci. Non avevo trovato la titolare, ma c’era solo una giovane dipendente a cui ho cercato di spiegare in poche parole il significato della mia richiesta. Non ha capito!! Ho detto che forse sarei ripassato …. Era trascorsa appena un’ora che vedo arrivare a casa, tutta trafelata, la titolare, mortificata per l’ignoranza della ragazza, scusandosi, quasi prostrandosi, per la brutta figura che la sua famiglia aveva fatto. Neanche fossi stato Sant’Antonio in persona!!! Abbiamo sperimentato che in occasioni come queste, tutti sono più generosi e, siccome i soldi a scuola scarseggiano, non è difficile riuscire a racimolare qualche soldino portando allegria e soprattutto la benedizione del Grande Santo. Il gruppo di lavoro del giardino botanico finanzia le sue attività con questi mezzi e, quindi, la storia dei poveracci che cantano i canti di questua continua. Non c’è una casa colonica che, sentendo cantare nell’aia, non ci accolga nella sua casa, è impossibile rifiutare l’invito a bere il vino di chiavetta e assaggiare un boccone, il contadino e la sua famiglia si offenderebbero. L’estraneo così diventa ospite. Semel in anno licet insanire Nel corso dei secoli la Chiesa, ha voluto estendere il periodo di rispetto natalizio fino al 17 gennaio compreso, proprio il giorno in cui ricorre la festa di Sant'Antonio abate, tanto è vero che ancora oggi in alcune case ascolane il 17 gennaio si gioca a tombola per l’ ultima volta. Da questa data, inizia il Carnevale di Ascoli. Etimologicamente il vocabolo "Carnevale" deriva da Carnis laxatio "carnelevare" cioè "togliere la carne" in quanto il giorno in cui inizia la Quaresima (vale a dire il mercoledì delle Ceneri) occorre astenersi dal cibarsene. Nell’ambito di questi due eventi liturgici, la fine del Natale ed il 17 gennaio fino al martedì "grasso", il popolo volle riconoscere il periodo in cui è “licet insanire”, cioè un momento liberatorio che permette ad una comunità di prepararsi in modo spensierato ai propri normali doveri sociali. Fra storie e leggende troviamo le ragioni simboliche dell’associazione tra il santo, il fuoco e il porco e della loro relazione col carnevale. Nel territorio ascolano, regione di antica cultura e tradizioni agricole - pastorali, dove le attività quotidiane della pastorizia e del lavoro dei campi erano fortemente intrise di religiosità, il Carnevale racchiudeva i valori e le credenze di cui viveva il mondo contadino e su cui fondava le proprie attività. Le maschere e i vestiti autorizzano trasgressioni, passioni e fantasie spesso proibite, dimenticando la preoccupazione della precarietà quotidiana. Ma chi si maschera non diventa un’altra persona e non fa l’attore. L’insegnante severo non diventa un mattacchione, ma esprime con un linguaggio diretto e più efficace quello che sente e ciò che vuole far sapere a tutti, rendendo partecipi, anzi protagonisti, gli ignari spettatori. È una festa del popolo nella quale si comunica anche l’opposizione per le cose che non vanno. È la rivolta verso un mondo che cambia rapidamente e corre in modo frenetico. È la sconfitta del tempo e dello spazio, del dolore e della morte. È un momento di chiasso sereno, di rumore disciplinato, comunque di eternità. Consentitemi un’ulteriore riflessione: viviamo in un mondo di rotonde dove abbiamo l’illusione di andare veloci ed arrivare prima solo perché non stiamo mai fermi ma in realtà giriamo sempre come trottole tornando al punto di partenza. Al fianco di un innegabile progresso reale della nostra vita c’è, purtroppo, un progresso fittizio di cui faremmo volentieri a meno. Il Carnevale ferma invece le lancette dell’orologio e ci fa riflettere. I carnevali contadini che un tempo animavano le contrade di campagna e le piazze dei borghi e delle città guidati dai ritmi delle stagioni e dalle storie raccontate dai vecchi, erano diversi delle tante sagre che spuntano oggi come funghi solo con lo scopo di catturare gente e fare mercato. Radici storiche Il freddo e il buio prolungato delle giornate invernali hanno sempre suggerito all’uomo l’idea della morte. L’ansia che ne derivava si traduceva in forme rituali, le quali avevano la funzione di esorcizzare l’evento funesto e di favorire o addirittura provocare la rinascita della primavera come fosse una resurrezione. Molteplici sono le feste che si susseguono ad iniziare dal solstizio d’inverno fino all’equinozio di primavera e che si rifanno alla religione degli antichi Romani e dei Celti. Nell’antica Urbe infatti il mese di gennaio (in particolare gli ultimi giorni) vedeva lo svolgersi di riti finalizzati non solo a purificare gli uomini, gli animali, i campi coltivati, ma soprattutto ad ingraziarsi le divinità che concedevano o meno raccolti fruttuosi nello svolgersi delle stagioni. A tal proposito, come insegnante di botanica e fitopatologia, non posso esimermi da alcune considerazioni nel mio campo professionale. Non sempre gli storici hanno posto le malattie infettive delle piante coltivate tra le cause primarie di eventi sociali ed economici anche importantissimi. Nelle scritture sumeriche, assiro-babilonesi, egizie e di altre antiche nazioni di tutti i continenti sono frequenti gli accenni a molteplici patologie dei vegetali. Persino nelle scritture bibliche vi sono ripetute menzioni di disastrose epidemie delle piante. Anche nell’antica Roma, ove i cereali costituivano gli elementi basilari dell’alimentazione, i coltivatori si trovarono nella condizione di dover fronteggiare la spaventosa malattia delle graminacee e del frumento definita «ruggine nera» (Puccinia graminis), così temuta da farne oggetto di attenta venerazione. Essa si manifestava sul finire della stagione primaverile, quando le messi divenivano improvvisamente rosse, come percorse dal fuoco; poi annerivano come bruciate e per quell’anno il raccolto era perduto. La religiosità romana molto pragmatica fece della «ruggine» una divinità a doppio aspetto: funesta e nello stesso tempo propizia, di sesso maschile (Robigus) o femminile (Robigo), che divenne assai presto oggetto di un culto ben descritto da Plinio il Vecchio. In seguito, il Cristianesimo trasformò l’antico rituale agrario dei Robigalia in solennità annuale per la benedizione delle campagne, perpetuando comunque, di fatto, l’idea che l’uomo dovesse adoperarsi in prima persona per salvaguardare i frutti del proprio lavoro. All'interno della nuova fede, si sono innestate le usanze della religione precedente anche per non perdere completamente la propria identità, insieme alla consuetudine di benedire gli animali infiocchettati sui sagrati o nello spiazzo antistante le chiese dedicate al Grande Santo protettore degli animali, della fertilità e dell’abbondanza. L’evento ha forti tradizioni agricole in quanto la vita degli abitanti del territorio ascolano è stata sempre legata all’agricoltura ed in particolare al possesso degli allevamenti del bestiame (bovini marchigiani, cavalli, asini, maiali etc.). E' naturale quindi che la gente di Ascoli abbia prestato e presti tuttora attenzione ad un santo "grande", anzi "universale", da sempre protettore degli animali, amici dell'uomo, supporto per la vita nei campi, fonte di alimento e alimento essi stessi. Non c'è stalla nel Piceno che non abbia sul muro il ritratto di sant'Antonio che tiene in mano il fuoco. Secondo una leggenda, la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio. La festa di Sant’Antonio è celebrata dalla Chiesa il 17 gennaio semplicemente perché morì in questo giorno; ereditò così il rituale pagano legato alla vita rurale. In realtà però nella vita del santo non c'è niente che possa accomunarlo ai campi e alla vita rurale, tutt'altro. Conosciamo bene la vita di Sant’Antonio grazie alla bella e veritiera biografia Vita Antonii pubblicata nel 357, scritta dal suo discepolo Atanasio (295-373), vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, che contribuì a farne conoscere l'esempio in tutta la Chiesa. Sant'Antonio il Grande è considerato l'iniziatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Nell’iconografia è raffigurato vecchio, con i capelli la barba bianca, con ai piedi un maialino e gli animali al seguito, con lingue di fuoco ai piedi, mentre incede appoggiato ad un lungo bastone con una croce a forma di T, alla cui estremità era appesa una campanella (come facevano appunto gli Antoniani) che era utilizzata per segnalare l'arrivo dei malati contagiosi. Sul suo abito spiccava la croce egiziana a forma di "T" (tau), l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, allusione alle cose ultime e al destino. Santo Taumaturgo Quando i Crociati portarono le sue ossa in Francia, si diffuse la sua fama di Santo Taumaturgo, invocato contro tutte le malattie della pelle. A venerarne le reliquie affluivano folle di malati, per chiedere grazie e salute, molti erano afflitti dal male degli ardenti, conosciuto anche come "fuoco di Sant'Antonio" o "fuoco sacro" e corrispondente a due diverse malattie: Ergotismo canceroso, il “male di S. Antonio” causato dall’avvelenamento di un fungo parassita delle graminacee, in particolare della segale (la segale cornuta), usata per fare il pane. Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come ‘ignis sacer’ per il bruciore che provocava; Herpes zoster, fuoco di s. Antonio” causato dal virus varicella-zoster o VZV, che si riattiva nell'organismo in concomitanza con un indebolimento delle difese immunitarie a causa dell'età o patologie gravi. Entrambe le malattie si manifestano sotto forma di eritemi e vescicole con un decorso di poche settimane. Il liquido delle vescicole è contagioso. Il grasso del maiale veniva usato come emolliente da spalmare sulle piaghe per lenire i bruciori delle due malattie, cioè del fuoco sacro o “fuoco di Sant’Antonio”; per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla. L'espansione del culto di Sant'Antonio fu esplosiva ed in breve contagiò tutto l'Occidente. Il culto di Sant'Antonio fu reso popolare soprattutto per opera dell'ordine degli Ospedalieri Antoniani. Nel 1095 papa Urbano II approvò l'ordine degli Antoniani, che appunto avranno in tempi successivi proprio il compito di prestare aiuto ed assistenza a questi malati. Il papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porci di sant’Antonio, così chiamati gli animali votati al santo che portavano una campanella di riconoscimento infilata all’orecchio, potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nutriti dal popolo come creature sacre e intoccabili, soprattutto quelli che portavano sul corpo delle macchie rosse che assomigliavano alle vescicole dell’herpes e che la credenza popolare considerava segni soprannaturali del santo. L'usanza di girare libero per le strade e fermarsi a mangiare dove capitava ha fatto nascere nella tradizione popolare il detto "Me pare nu puorche de Sant'Antonie" che si dice di una persona che mangia a spese degli altri. Il giorno di sant'Antonio i maiali venivano scannati ed in parte distribuiti ai "festaroli" e "questuanti", in parte andavano a rifornire il convento. Ancora oggi i contadini dell'ascolano chiamano i porci col nome di "Ndò" o Ninì. La festa di Sant'Antonio abate La festa del Santo è una delle ricorrenze più sentite e diffuse nelle comunità contadine del territorio piceno, nelle zone rurali e nei paesi. I riti che si compiono ogni anno in occasione della festa di Sant'Antonio sono antichissimi e legati strettamente alla vita contadina e fanno di Antonio abate un vero e proprio "santo del popolo". La sera del 16 e 17 gennaio, i dossi delle colline e le piazzette dei borghi si accendevano di grandi fuochi. Nel giorno della festa liturgica, si benedicevano le stalle e si portavano a benedire gli animali domestici ponendoli sotto la protezione del santo. È considerato il protettore per eccellenza contro le epidemie di certe malattie, sia dell'uomo, sia degli animali. In concomitanza con la festa di sant'Antonio in quasi tutti i paesi del Piceno veniva tenuta una fiera - detta espressamente "dei porci" - in cui i contadini rinnovavano "lu stallitte", cioè ricompravano i "porcelli" da ingrasso. È anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri. È anche il protettore dei fornai, che un tempo tenevano l'effigie del santo nella loro bottega. Da chi è composto il gruppo La Pemmadora? Chi siamo? Braccianti, uomini di fatica, servi, pastori, poveracci, disperati, morti di fame del villaggio ed un po' di ragazzaglia, che nella "Pasquella" ed ancor più nel "Canto di Sant'Antonio” urlano a squarciagola i cosiddetti "canti di questua", sperando nella “carità cristiana” per riportare qualcosa a casa. Che cosa cantiamo a chi ci apre le porte? Cantiamo i canti di questua per la "festa" di sant'Antonio abate, "lu vecchiò", "il nemico del demonio", il "protettore dei porci", l' "amico dei contadini". Gli animali domestici hanno sempre rappresentato un bene vitale per i contadini che desideravano pertanto festeggiare adeguatamente l'antico eremita egiziano e raccontarne la storia. Nacque nel 250 o 251 a Coma nell’Alto Egitto una località sulla riva sinistra del Nilo, da un’agiata famiglia cristiana di agricoltori. Verso i 18-20 anni, quando i suoi morirono, sentì di dover seguire l'esortazione evangelica "Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri". Rinunciò a tutto, divise la ricca eredità con la sorellina e, dopo averla collocata in un convento, distribuì la sua parte tra i poveri, ritirandosi ad una vita spirituale e vivendo da eremita. Morì nel 356. La canzone forse più conosciuta ne descrive la vita ed il valore:
Ben trovati, o cari amici,
“Veritade” diceva il Vangelo …… Dopo altre strofe il canto termina con:
Terminato il nostro cantare, Le “poste” dei cantori La posta ha come segno di riconoscimento il falò acceso. La tradizione vuole che i diversi gruppi non si incontrino mai in una stessa casa. I cantori incominciano a cantare in prossimità della casa. Intorno al falò si trascorre la serata ballando, cantando, mangiando e bevendo del buon vino. Le ceneri, raccolte in seguito nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa, per asciugare i panni umidi e come amuleto per preservare stalle e animali. Il padrone di casa fa entrare i questuanti che si intrattengono a lungo con i loro canti, dando anche inizio a balli con le donne di casa. Vengono offerti cibo e bevande. Poiché il periodo coincide con quello della macellazione del maiale i contadini offrono insaccati, salame e vino. I canti sono dedicati a motivi religiosi cristiani alternati a strofe prettamente profane con cui si augura felicità, prosperità e fecondità e nel contempo si fa richiesta di cibo e di soldi.
Bona sera, car'amice, La questua: sorprende questa generosità? È veramente la paura delle maledizioni? Ha certamente radici in precedenti riti pagani che erano legati alla celebrazione del Capodanno calendariale. Le ricorrenze che giravano intorno al Natale, e al solstizio d'inverno e quindi alla fine e principio dell'anno, erano quelle più adatte a manifestazioni di solidarietà pubblica. Con i canti di questua si celebrava la "morte del tempo" (fine dell'anno e stasi nei lavori di campagna) e la contemporanea "rifondazione del tempo" stesso (inizio del nuovo anno, auspici ed attesa dei primi germogli). Ai "padroni" si portavano i canti augurali un po' in atto di omaggio, un po' per ricevere l'elemosina. La questua aveva anche un carattere sociale: in un momento in cui la campagna era ferma e con poche possibilità di lavoro, l’accoglienza dei poveri era l’occasione per dare loro da mangiare e tenerli agganciati per i lavori della buona stagione Quindi il canto prosegue:
Bona séra o gènte amica,
Sant'Antonie, da tante male,
Sant'Antonie mai nen falla
Se lu cante è già fenite, Fuori delle case benestanti, colme di tepori e di odori, c’è il freddo di una campagna nel pieno dell’inverno. Gli agricoltori e gli allevatori, conclusa la lunga corsa della produzione, adesso sono tranquilli e rilassati: il grano è stato stato riposto da tempo, vino ed olio sono in magazzino, i conti aziendali sono stati fatti e finalmente è arrivato anche il maiale, mentre la legna, ben asciugata dalla calda estate, sta accatastata fuori. "Mo’ - dice il contadino benestante - po' pure piove e nengue". “Ninque nenque se vuò nenguà so ccise lu puorche e so fatte lu pà: nevichi pure se proprio deve, ho già svolto tutte le attività, ucciso il maiale e fatto il pane. I questuanti, quindi, sanno che le condizioni sono favorevoli ad essere accolti in casa: la fame è tanta e, se non si è accolti, in un crescendo vocale impetuoso, si canta il solito tormentone, ripetendolo sempre più forte:
Dacce quaccosa padrona mié La minaccia delle maledizioni tremende sortisce quasi sempre un rapido effetto per il timore di perdere la benedizione del santo e trovarsi alla mercé de lu demone con gravi danni anche per la propria salute:
Tante ceppe che na fascina Quindi, quasi mai le maledizioni si rendono necessarie ed il clima ritorna subito sereno e cordiale. Ci si rivolge con gentilezza al padrone di casa senza trascurare la vergara, una figura morto importante nel quadro della famiglia contadina:
Vènga pure jò a li scale Si conclude con una strofa alquanto ipocrita e contraddittoria, rispetto alla minaccia di maledizioni, forse legata anche alle diverse anime del gruppo, i “falchi” e le “colombe”:
Grazie tante o brava gènte L'offerente, dopo il rito della cantata, va incontro al questuante, gli dà da bere, lo fa salire in casa, scaldare dinanzi al fuoco, gli dà da mangiare. In ogni caso, è un momento di socializzazione, di condivisione e di augurio per un nuovo anno fortunato. Colpisce il divario che c’è fra la sobrietà dei contadini nelle lunghe e durissime settimane dei lavori pesanti, con pasti costituiti da verdure, polenta, pane, vino annacquato, e l'abbondanza nei giorni di grande festa, come battesimi, nozze, fiere e feste, nei quali il contadino poteva disporre di cibi quasi proibiti, dalla carne agli intingoli, dai dolciumi a quel "vino di chiavetta" conservato per le grandi occasioni e vietato alla tavola di tutti i giorni. Tutto questo viene sintetizzato molto bene nel canto di congedo che conclude la visita alla casa e all’azienda, in una specie di abbraccio collettivo in un miscuglio di auguri, benedizioni e ulteriori richieste di questua:
Or che i cantici son terminati Come viene descritto il Santo nei canti? Dal "canto di Sant'Antonio", esplode anche la grande fame di pane e di giustizia. La conosciutissima tiritera sul duello fra Sant'Antonio e il demonio, non è che una rappresentazione contadina del permanente conflitto tra il bene ed il male. Dal canto viene fuori la figura di un Sant'Antonio-contadino, tentato, tartassato, coraggioso quanto paziente, ma che, se si innervosisce…
Sant'Antonie a lu deserte
Sant'Antonie a lu deserte
Sant'Antonie a lu deserte
Sant'Antonie n'addra vodda
Lli fasciuole call'e dure Anche io devo continuamente combattere il demonio che mi tenta facendomi vedere le cose in modo negativo, cercando di rovinare quello che di buono sto facendo ma, soprattutto, non facendomi vedere il bello che comunque è sempre presente. Satanasso mi tenta, mi vuole far tornare a vedere i problemi che mi assillano, mi mette gli occhiali della tristezza, dello scoraggiamento di fronte alle critiche, mi “ciomma la cazzarola”, mi “ruba li bottoni”, rompe il pullman della scuola, toglie le risorse, mi critica perché invece di far lezione in classe vado a divertirmi. Dovrei combatterlo come fa S. Antonio, cercando solo di donare agli altri senza aspettare niente in cambio. Non aver paura di trovare rifugio nel deserto (la preghiera) quando è necessario. Dovrei avere la forza, sempre, di resistere alle tentazioni del demonio, evitando di rispondere con le sue armi, per usare invece le armi della pace, della mitezza, della pazienza, dell’amore. Sant’Antonio al demonio che gli ruba la forchetta e i bottoni dei pantaloni non risponde con la violenza ma accettando di mangiare lo stesso con le mani, o legandoli “co lu spaghe”. Ma è difficile resistere a Satanasso e la lotta è sempre dura. Però i Santi sono il volto umano di Dio e la loro vita infonde coraggio. Spero che in questa lotta fra il bene ed il male anche nel mio cuore possa trionfare il bene. Camillo Di Lorenzo |
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