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Concorsi 1980-1999

L’anno scorso abbiamo dato una panoramica, dei primi venti anni (1958-1979) del Concorso legato alle mascherate del Carnevale in piazza. In questo 2009 consideriamo gli scenari e gli umori, evidenziati dalla seconda ventina: 1980-1999. E’ superfluo dire che il Concorso attira, invoglia a mettersi in competizione, spinge il pigro e, forse forse, pure l’ indifferente; ma è altrettanto vero, che la medaglia ha anche il suo rovescio: pur di partecipare non si va troppo per il sottile nella preparazione delle mascherate stesse che diventano così, il qualche caso, approssimative, allestite all’ ultimo momento e prive dunque di un’ idea ponderata, maturata nel tempo e messa in atto con cura.

Negli anni, gli spunti hanno preso il via da una congerie di tematiche applicate in genere a una idea da sviluppare ma talvolta anche fini a se stesse: letteratura, musica, cinematografia, favolistica, storia e folklore, vicende politiche, fatti di cronaca, motti, detti gergali, proverbi, personaggi caratteristici (soprattutto con riferimenti locali); non c’ è mai limite all’ inventiva, all’ intuizione, alla valorizzazione di idee magari banali all’ apparenza ma cariche di significati umoristici, alla contraddizione dell’ enunciato stesso fino al paradosso.

La Divina Commedia la troviamo qua e là, spunto per situazioni contingenti, in particolare la prima e la terza cantica (la via di mezzo non è mai considerata, attirano solo i poli estremi): “Divina Commedia. Inferno”, “Libera uscita per Inferno e Paradiso” gareggiano con Shakespeare: “A teatro con Shakespeare” o con “La leggenda di Robertin Meschino” con riferimenti a personaggi a ambienti locali.

La musica spazia dal colto (“Il flauto magico”, “L’ apprendista stregone”) alla canzone popolare (“Il vecchietto dove lo metto?”, “Io, mammeta e nu”, “Il ballo del qua qua”, “Neri per casa”, “La vecchia fattoria dello zio Tobia”).

La favolistica, dicevamo: “Cenerentola piè lunghe”, “Cenerentola c’ era una volta e c’ è ancora” come messaggio di speranza contro l’ ingiustizia umana, “Lu Babbà e lì Quaranta ladroni”, “La principessa sul pisello”, “Robin Hood, il principe dei ladri”: chi sarà stato celato nella titolazione? Oggi possiamo non ricordarlo ma, allora, lo abbiamo sicuramente individuato.

Come sempre, il bacino della cinematografia viene saccheggiato: “Straziami ma di baci saziami”, “Nessuno volò sul nido della ciuetta”, “Pane, amore e cacarella”, “Indiani d’ America”, “Pino, Marisa e la dolce vita”.

Altra fonte inesauribile da cui attingere e da intrecciare a situazioni locali, sono proverbi e motti ascolani: “Je volute la bicicletta? Mo’ pedala”, “So cchiappate do’ pecciù che ‘na fava”, “Li chiacchiere fa lì peducchie e lì maccarù riempie la panza”, “Stanghe mà de priedde”, “Li figghie è come lì diente, come ce l’ ha te li tiè”.

Sempre in relazione ai vicende locali s’ incontrano “Permessi di sosta ovvero i contrabbandieri di S. Lucio” (una frecciata all’ allora assessore al traffico cittadino); “Piceno da riscoprire: na jrnata nn’ Ascule a Carnevali” cui fa da contraltare “Girobus dell’ arte, Ascoli da coprire”; “Lu Trunte e la monnezza”; “La tassa sulla Bonifica”; “La Provincia di Fermo”.

Mentre, spaziando in campo nazionale, “La lira va ‘npenziò” e “Legge 180, e li matte dove li mitte?” Anche la sanità pubblica, dunque, è presa di mira come i mass-media: “Non è la R. A. I.”, “Sbirulino”, “Dove c’ è casa c’ è Barilla” e le abitudini moderne: “’Ncullate a la televisiò”.

Questo è il Carnevale ascolano: un caleidoscopio di fantasia, una ricerca del particolare da evidenziare in chiave comica, un apparente stupirsi per veramente stupire. Una formula spontanea ma indovinata. Anzi, azzeccata.

Marcella Rossi

 
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